Editoriale
Tempi difficili
Anno XXII, n. 2 Novembre 2022 - di Raffaella Ciceri

«Cosa portate in tavola stasera ai ragazzi?», chiedo. «Riso e fagioli». Che andrebbero anche benissimo se la porzione fosse abbondante, se domani o dopodomani ci fossero un pezzo di carne in più, o due uova, se non dovessimo vivere nell’ansia di sapere quanto costerà la farina di mais la settimana prossima o a quanti quaderni per la scuola dovremo rinunciare per non lasciare i bambini con la pancia vuota.
«I bambini hanno bisogno di mangiare», mi dice Everlyne Atinga, team leader di Kivuli. E io mi sento un’idiota mentre porto avanti questa intervista al riparo dietro il monitor di un pc, a ottomila chilometri di distanza. Mi ero preparata, avevo letto numeri e statistiche e per la solita amara ironia della sorte sapevo anche che proprio in questi giorni ricorre la Giornata Mondiale dell’Alimentazione. Ma una cosa è leggere notizie sull’aumento vertiginoso dei prezzi alimentari nel Corno d’Africa, un’altra è riconoscerne le conseguenze negli sguardi seri con cui mi rispondono Everlyne Atinga e Freshia Langat.
Everlyne si occupa dei 35 bambini ospitati a Kivuli, nello slum di Riruta Satellite, a Nairobi; Freshia delle 29 bambine che oggi vivono alla Casa di Anita, sulle colline di Ngong. Insieme al resto dello staff di Koinonia sono abituate a gestire il budget e far quadrare i conti. Peccato che oggi non ci sono conti che tornino. Tutti i prezzi sono schizzati alle stelle e più che duplicati rispetto a pochi mesi fa. Le reazioni a catena generate dalla combo tra cambiamenti climatici, siccità e ripercussioni della guerra in Ucraina stanno rendendo «difficile pianificare qualunque cosa», dice Everlyne. «Sta aumentando il costo di tutto e questo impatta direttamente sulla vita quotidiana nostra e dei ragazzi».
Una confezione da due chili di farina di mais, ingrediente base della polenta bianca che sfama mezza Africa pur con nomi diversi (ugali in Kenya, nshima in Zambia) è passata tra gennaio e luglio da 97 scellini kenyani a 200, e in ottobre ha raggiunto anche i 250 scellini (circa 2,10 euro).
Sono più che raddoppiati anche i prezzi del riso, del the, del sale, dell’olio di semi, spiegano Freshia ed Everlyne. Oltre ai prodotti alimentari sono aumentati i costi di tutti i beni di consumo: un quaderno per la scuola è passato da 50 a 120 scellini (1 euro), un normalissimo pezzo di sapone da 100 a 250 scellini (2 euro). Prezzi ancora più alti di quelli con cui si era scontrato a luglio Antonio Spera, responsabile del monitoraggio e valutazione delle attività, quando era arrivato a Nairobi con Chiara Avezzano, responsabile della progettazione e del coordinamento in Kenya e Zambia, per fare il punto della situazione con i membri dello staff di Koinonia. «In questi ultimi tre giorni, ma il sentore era già forte da mesi, i conti ovviamente non sono tornati. Lo scenario di budget preparati con dovizia a fine 2021 in maniera ponderata, calcolata, commisurando il passo con la gamba, non aveva considerato la guerra e gli speculatori nella terrificante cornice di una siccità permanente. Vorrei tanto poter dire “colpa nostra, abbiamo fatto male i calcoli”, ma così non è», scriveva sui social Antonio il 10 luglio.
Le conseguenze ci sono a tutti i livelli. Negli sforzi quotidiani per gestire i centri di accoglienza si parte dall’abc della spesa, con un paniere base che tanto per cominciare possa sfamare gli ospiti. E come fai a riempire le pance se tutto costa più del doppio? «Abbiamo dovuto rivedere i menu. Meno carne, meno uova, meno frutta. Ma oltre alla qualità ci siamo ritrovati a dover ridurre le quantità delle porzioni», spiega Freshia. «Possiamo anche dare qualche quaderno in meno – aggiunge Everlyne – ma nessun bambino può andare a scuola a stomaco vuoto».
Con costi del genere, con prezzi che per certi prodotti hanno raggiunto quelli italiani (1 euro è quanto costava a ottobre un quaderno non di marca alla Coop di Lodi) è un’impresa mandare avanti un centro d’accoglienza o anche solo una famiglia. E infatti la quotidianità che descrive Everlyne è fatta di «troppa gente che soffre. Prima il Covid, poi la siccità, ora la guerra che ha fatto aumentare il costo della vita. Quando sale il prezzo del carburante, poi aumenta tutto». «Tutto questo sta generando problemi sociali, precarietà, disoccupazione, tensione e violenze domestiche, separazioni. Disintegrazione dei nuclei familiari», aggiunge Freshia.
Un’ora prima di collegarsi nella nostra video chiamata, Everlyne è stata coinvolta nel recupero di un bambino di due anni, lasciato solo in casa. Ma è già capitato anche qualche caso di re-rescue, il ritorno nel centro di accoglienza per bambini che erano stati ricongiunti finalmente alla famiglia d’origine. Sembrava che il reinserimento potesse funzionare, che fosse il momento giusto, che la famiglia avesse recuperato una forma di stabilità anche economica: poi viene a mancare il lavoro, i prezzi impazziscono, i soldi non bastano a sfamare tutte le bocche… e il rischio per i bambini, di nuovo, è tornare in strada, vanificando anni di lavoro. «No, no, no, non possiamo permettercelo», dice Everlyne.
E allora cosa si fa? Come si pianifica la gestione di una struttura che ospita trenta bambini quando progettare sembra impossibile? Ci si ingegna, come sempre, fanno capire Freshia ed Everlyne. Come prima cosa si tagliano tutti i costi non indispensabili, come l’alimentazione elettrica, di notte, del pozzo per l’acqua potabile. Uno switch off nelle ore serali e notturne che oggi aiuta a ridurre le bollette per l’energia. Soprattutto ora che il pozzo può essere alimentato dall’impianto fotovoltaico installato proprio da Amani sia a Kivuli che alla Casa di Anita.
Fuori dai due centri di accoglienza, la maggior parte della popolazione non è così fortunata. Non solo non ci sono pannelli fotovoltaici ma raramente c’è un pozzo (quello di Kivuli vende da anni acqua pulita a prezzi popolari a chi vive nel quartiere di Riruta Satellite) e con la siccità l’emergenza acqua sta diventando catastrofica. Non piove da quattro stagioni nei paesi del Corno d’Africa, come hanno ricordato i giornali alla vigilia della Cop27, la conferenza delle Nazioni Unite sul clima che si è riunita in Egitto dal 6 novembre. Questo significa nuove, troppe sfide da aggiungere a quelle che mi elencano Everlyne e Freshia. Oltre a quella di sfamare i bambini, di mandarli a scuola, di tenere sotto controllo i costi dell’energia e di far bastare i soldi c’è anche la irrigation challenge, per trovare il modo di continuare a coltivare almeno qualche verdura. Chiedo se negli slum crescono ancora, tra le case, almeno le foglie di sukuma, quel cavolo cappuccio così resistente ed economico in Kenya che avevo mangiato spesso per cena, a Kivuli, insieme alla polenta. Per un paio d’anni avevamo anche provato a seminarlo nell’orto dei nonni, qui a Lodi, ma senza grandi risultati. Le foglie di cavolo, stufate con spezie e pomodori, sono alla base del sukuma wiki, il contorno più popolare in Kenya e che mi illudevo fosse indistruttibile, visto che gli avevano dato un nome così: una fusione tra swahili e inglese che letteralmente dovrebbe significare “spingere la settimana”. O arrivare a fine mese, come diremmo in Italia. Everlyne mi guarda un attimo prima di rispondere e poi mi spiega che non c’è acqua per far crescere il sukuma. Il risultato? È aumentato il prezzo anche di questo: 10 scellini kenyani (8 centesimi di euro) per tre foglie. E quante porzioni si cucinano con tre foglie? «Not even one». Nemmeno una.
Credits foto: Enza Tamborra
Raffaella Ciceri, giornalista di Lodi, volontaria di Amani dal 2007.