Editoriale
Il colore della solidarietà
Anno XXII, n. 1 Giugno 2022 - di Gian Marco Elia

Possiamo solo sperare che, quando questo giornale arriverà nelle case, la guerra in Ucraina si sia fermata. Sarà comunque troppo tardi: il carico di morte, di sofferenze, di distruzione, è insopportabile, inammissibile nel nostro tempo. L’unico conforto, di fronte a questa tragedia, è l’enorme mobilitazione che ha coinvolto ad ogni livello la nostra società. Tutti ci siamo sentiti chiamati al soccorso, a cominciare dalle famiglie che hanno messo a disposizione lo spazio delle proprie case. Ci siamo lasciati coinvolgere nella nostra intimità.
Non era scontato. Dopo due anni di pandemia, siamo tutti affaticati. L’isolamento fisico al quale ci siamo adattati, ci ha quasi abituato a una crescente distanza dagli altri. Eppure la reazione alla tragedia dell’Ucraina è stata immediata e corale e ce ne dobbiamo rallegrare. Tuttavia, è giusto dire che per molti questa solidarietà è selettiva, riservata a chi ha la pelle bianca ed è vicino a noi non solo geograficamente, ma anche nell’aspetto, e viene percepito come “uno di noi”.
All’inizio dell’invasione russa, c’erano in Ucraina migliaia di studenti universitari africani e asiatici. Quando si sono presentati alle frontiere dell’Unione Europea insieme alle altre migliaia di fuggiaschi ucraini, sono stati fermati e non sapevano come lasciare il Paese. Discriminati già in territorio ucraino come fossero migranti, e non profughi di guerra, hanno dovuto affrontare condizioni estreme di freddo, di fame e di pericolo. A nulla sono valse poi le proteste ufficiali dei Paesi d’origine presso i governi di quelli d’accoglienza, che li hanno trattenuti in campi di internamento. Né in Ucraina, né nei Paesi europei, la loro fragilità, la paura, il bisogno sono stati riconosciuti e soccorsi alla pari di quelli dei bianchi. Dovremmo sentire profonda l’ingiustizia di discriminare tra persona e persona, tra vita e vita quando il bisogno e la richiesta d’aiuto sono gli stessi.
Non dobbiamo stupirci se poi, da più parti, sentiamo venire dall’Africa una reazione d’indifferenza alla guerra in Ucraina. Commenti, opinioni e atteggiamento dei media indicano non solo che la distanza geografica è anche una distanza emotiva; molti rimproverano all’Europa la sua insensibilità verso le vittime di conflitti di dimensioni impressionanti ma a noi lontani, come lo Yemen, il Tigrè, il Sud Sudan, la Repubblica Democratica del Congo. E dichiarano scarso interesse per quella che considerano una “guerra dell’uomo bianco”.
Dobbiamo anche dire che la straordinaria reazione di solidarietà espressa dagli italiani nei confronti dell’Ucraina è almeno in parte l’effetto di una copertura mediatica altrettanto straordinaria. La guerra arriva a noi attraverso un’infinità di dispositivi elettronici costantemente a portata di mano: forse è il conflitto più mediatizzato di sempre. E questa esposizione non può non interrogare le coscienze, che non riescono a restare indifferenti. Ben diversa è la nostra sensibilità nei confronti di guerre che non vediamo, di cui pochissimi investono tempo a farci conoscere e ad aiutarci a comprendere l’origine e le spaventose conseguenze. Non so dire se sia solo questa la causa di affermazioni che sentiamo sulla bocca di molti e ci lasciano sgomenti, quando affermano “questi qui non sono mica come quelli dei barconi”.
Eppure, come già è accaduto per la pandemia, questa guerra rende evidente come le conseguenze di avvenimenti apparentemente lontani ci riguardino tutti da vicino, che lo si voglia o no. L’onda lunga della devastazione che ha colpito l’Ucraina è destinata ad avere molto presto effetti negativi globali, che come sempre verranno subiti con maggiore durezza da chi è più debole ed esposto. Colpito direttamente è il mercato globale delle derrate alimentari, in particolare quello dei cereali. Le persone e le famiglie che noi incontriamo e sosteniamo in Kenya e in Zambia – ma sono già centinaia di milioni attraverso l’Africa e l’Asia – non potranno più permettersi il pane e vedranno precipitare nella fame una vita che già adesso è di pura sussistenza.
Se guardiamo il mondo oggi, vediamo un mondo in guerra. Tra chi ha e chi non ha: acqua, cibo, sicurezza, salute, opportunità. I bisogni sono innumerevoli e le ingiustizie intollerabili. Che si tratti di scontri fra eserciti o di battaglie per la sopravvivenza quotidiana, la dimensione globale dei conflitti va ben oltre l’Ucraina. La solidarietà non può avere colore, non può discriminare. Dobbiamo mantenere un equilibrio, una disposizione umana che sia una costante delle nostre vite e non si attivi solamente quando c’è una guerra alla nostra porta. Solo così rimetteremo al centro un valore che la nostra società moralmente impoverita ha progressivamente accantonato.
Gian Marco Elia, presidente di Amani.